domenica 18 febbraio 2018

presentazione catologo Theatrum Paradisum

https://www.mokazine.com/read/adolfinadestefani/paradisum-theatrum




Presentazione del catalogo PARADISUM THEATRUM

Venerdì 9 marzo 2018 ore 18.00
Oratorio di Santa Maria Assunta via Rossignago SPINEA (VE)

Venerdì 9 marzo alle ore 18.00 viene presentato il catalogo Paradisum Theatrum progetto a cura di Luciana Zabarella e Adolfina de Stefani saranno presenti oltre ai curatori l’Assessore alla Cultura prof. Loredana Mainardo, il critico e storico dell’arte prof. Gaetano Salerno, l' arch.Iva Montak, .
La rassegna Paradisum Theatrum proposta per lo spazio dell’Oratorio di Santa Maria Assunta ubicato nel Comune di Spinea, con progetti specifici di un sito, ha visto la partecipazione di 12 selezionati artisti che hanno esposto per un periodo di tre settimane, dove l’Oratorio è stato il protagonista e lo stimolo principale per la creatività oltre a un confronto tra il passato e il presente senza trascurare il luogo, la natura e il suo insieme.
Durante la serata l’artista e curatrice Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani
daranno vita ad una singolare performance OMAGGIO/OLTRAGGIO con la collaborazione dell’artista Anastasia Moro.
Verrà rappresentata e ridiscussa un’ ICONA della  storia dell’arte: LA GIOCONDA.
L’artista e performer Anastasia Moro, simile nei tratti del volto alla donna ritratta da Leonardo Da Vinci, rappresenterà il tableau vivant sul quale i performer e il pubblico presente interverranno realizzando, attraverso intense e brevi azioni, alcune interpretazioni di carattere artistico.
Scrive il Critico d’arte Gaetano Salerno:
Unica icona riconoscibile e riconosciuta la Gioconda diventerà il pretesto e il territorio dell’azione dei numerosi performer per ragionare sul cambiamento di identità e sull’analisi delle definizioni dell’apparenza, ridiscutendo il valore stesso dell’icona, della sua definizione e decodificazione come contenitore assoluto di saperi eterni e immutabili, giocando con travestimenti alla ricerca di differenti, inattese e nuove entità.
Creando ritratti diversi e possibili (improntati a nuove quanto necessarie forme interpretative) che coesistono nella personalità di ciascuno di noi, verrà affrontato il tema del doppio, della comunicazione di massa e dell’idea della propria individualità (carattere proprio del genere della ritrattistica) in rapporto ai ruoli sociali conferiti a ciascun individuo dalla contemporaneità.

zabluci@libero.it  | +39 335 69 331 77








sabato 17 febbraio 2018

MOTHERS – Keepers of the fate di Andrea Longhin



MOTHERS – Keepers of  the fate 
               Mostra Fotografica di Andrea Longhin

Inaugurazione sabato 10 marzo 2018 ore 18.00
Presentazione critica a cura di
Giuseppe Carrieri


8 – 18 marzo 2018                            a cura di:                                                  Oratorio di
apertura mostra:                             Adolfina De Stefani e                             Villa Simion dal mercoledì alla domenica       Luciana Zabarella                 via Roma SPINEA (VE) 16.00 – 20-00   
    
         Si inaugura sabato 10 marzo 2018, alle ore 18.00, presso l’Oratorio di Villa Simion di SPINEA, MOTHERS - Keepers of  the fate, personale dell’artista Andrea Longhin, a cura di Adolfina de Stefani e Luciana Zabarella con la presentazione critica a cura di Giuseppe Carrieri.
La mostra, visitabile fino a domenica18 marzo 2018, è organizzata da Visioni Altre  con il patrocinio del Comune di SPINEA – Assessorato alla Cultura.
La mostra presenterà al pubblico una selezione critica di lavori di Andrea Longhin, opere fotografiche di medie e piccole dimensioni, per tracciare il percorso di ricerca condotto dall’artista.
Scrive il critico d’arte , Giuseppe Carrieri a proposito della fotografia di Andrea Longhin:
Respirare. Qualcosa di naturale -
Guardare. E respirare, allo stesso tempo. La stessa cosa.
Questo è lo sguardo offerto da Andrea Longhin alle persone, alle storie, ai luoghi.
Nulla di costruito, non c’è nulla di artificiale. Per Longhin guardare è come respirare: un atto naturale, involontario, forte, vitale. Perché se non si guarda, si muore.
E, allora, quella che vedrete non è solo una mostra. Non è la solita mostra.
Quello in cui entrerete è uno spazio, una dimensione tridimensionale di occhi, cicatrici, sorrisi, pentimenti, desideri. Lo sguardo di Andrea è una carezza, che fa ancora più bene, se il quadro dipinto appartiene alla ferocia. Alla ferocia della malattia, della solitudine, della violenza, dell’abbandono, del degrado. Ma lo scenario non è che una cornice, ed è l’uomo sempre al centro della prospettiva. Perché Andrea, semplicemente, guarda e respira, e riconosce l’umano come l’elemento al centro di tutto. Andrea, ancor prima che scattare, sorride alle sue storie, le segue, le accompagna: non è un falco, non è un osservatore disinteressato, non è un “operatore”.
Andrea è un amico delle storie che racconta, e che raccoglie.
Questi viaggi sono stati la conferma che la sua esperienza di terreno fertile doveva partire dal mondo, dalla lontananza, dalla differenza. Perché solo in questa dimensione un talento come quello di Longhin può svilupparsi. Non certo nell’abitudine, non certo dietro una scrivania, non solo dentro un set come tanti.
Il set di Andrea è il mondo e per lui questi viaggi non sono stati solo un’iniziazione, ma un atto di emancipazione, rapido, brillante, tumultuoso.
Le donne, le madri, le loro scintille perse, e quell’attimo di illusione di bellezza che Andrea offre, loro sono la verità di quanto, oggi, filmare voglia dire perdersi in mezzo alla gente. Niente ricostruzioni, niente effetti speciali, niente riflettori puntati sopra palcoscenici di carta: la realtà che Longhin vi offre con il respiro del suo vedere è la sola cosa che conta. Niente marketing, nessuno spot, nessuna strategia di comunicazione: queste donne, questo loro destino, questo modo unico di essere al mondo, oggi, è la sola cosa che conta nel presente. Perché un fotografo, un artista, un regista non può abituarsi alla falsità degli schermi, ma deve realizzare che dietro quegli schermi c’è sempre qualcosa più forte. Non un’ombra, non solo una proiezione. Ma la carne, le ossa, le pupille, le braccia, i tagli. Di queste donne vedrete tutto, nella sintesi di attimi rubati alle loro vite già dimenticate. Ma non vedrete tutto, in senso esteso: vedrete l’essenziale, l’indispensabile concetto di anima che solo chi sa riconoscersi verso l’altro, sa anche offrire agli altri.
Longhin guarda e respira. Ed è la stessa cosa: e questa mostra non è la solita mostra.
E’ un lungo soffio, e se vi perderete dentro, avrete fatto molto più di un semplice viaggio.
In occasione della vernice della mostra , MOTHERS - Keepers of  the fate di sabato 10 marzo 2018 presentazione critica ore 18.00, Andrea Longhin sarà presente all’Oratorio di Villa Simion.
MOTHERS - Keepers of  the fate,
inaugurazione della mostra sabato 10 marzo 2018 ore 18.00
Oratorio di Villa Simion – via Roma SPINEA (VE)
apertura e orari: dal mercoledì alla domenica ore 16.00 – 20.00

lunedì e martedì chiuso.
INGRESSO LIBERO


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foto di Andrea Longhin
      

LUCE E COLORE di Franco Cimitan

“Lo sguardo di Franco Cimitan, prima ancora di ricercare la visione pittorica dell’insieme, individua spunti emozionali e introspettivi, traduce stati dell’essere, orientandosi alla resa di una Natura vibrante e dinamica nella quale coesistono spunti irrazionali, attimi di inquietudine, principi sconosciuti e misteriosi, codici universali e criptati di una realtà fenomenica la cui esistenza mutevole sembra trarre spunto dall’estemporaneità delle nostre primitive espressioni sensoriali.
Pur partendo da impostazioni classicistiche ed accademiche l’artista abbandona repentinamente il solco della bellezza e della veridicità per decostruire l’immagine, per perdersi all’interno di spazi e atmosfere in cui domina lo smarrimento e lo stupore proprio della pratica artistica ottocentesca; sopraffatta la forma dai vapori di colore e di luce, ogni dettaglio contribuisce all’esaltazione del pathos e della veemenza degli elementi fisi- ci, evidenziando una concezione panteistica del mondo terreno, un’intromissione divina presente in ogni dettaglio e opportunamente sottolineata da ciascuna singola azione del pennello.
Tutto appare al contempo frammentato e unitario negli gli sbalzi atmosferici, nelle evocazioni parossistiche di tempeste e cieli cupi carichi di pioggia e nelle improvvise lumeggiature che, nascoste dalle nubi, annunciano un probabile, sereno futuro; gli stati d’animo sono così celebrati da metaforiche situazioni ambientali, cangianti come l’animo umano, imprevedibili e inattese come gli esisti delle nostre parabole esistenziali; da estetica della luce perciò questa pittura si riscopre metafisica della luce, emanazione di una potenza superiore a quella umana, di una scintilla creazionista che ci sovrasta e ci condiziona.
La dialettica dei contrari che regge queste complesse strutture cosmogoniche in cui gli elementi coesistono, sebbene in eterna tensione, ridiscute continuamente l’armoniosa stabilità della natura e del panta rei, l’idea cioè che tutto sia parte integrante di un fluido in lento e costante scorrimento, tendendo ad un punto di equi- librio e di reciproca tolleranza nella composizione finita, come se le inquietudini dovessero prima o poi, sulla tela così come nella psiche umana, individuare lo stato ideale dell’esistenza.
Le inquietudini di Franco Cimitan affascinano per il gusto del terribile e dello spaventevole, dell’imminente nubifragio stemperato però dall’ottimismo positivista espresso dalle quinte degli sfondi e dei piani secondari che, più calde e sature, consolidano i toni e riequilibrano la tavolozza, raffigurando un iter esistenziale in cui le specifiche essenze degli opposti sfuma- no le une nelle altre, fondendosi nelle velature verso un risultato tonale ultimo - di cera o di resina - che uniforma il tutto e pacifica gli estremi.
Di queste potenziali bufere, prossime alla loro epifania pittorica, siamo ipnotizzati spettatori; soli di fronte ai mari di nebbia, ai mari di acqua, ai mari di nubi e vapori pronti a travolgerci, prigionieri di un mondo nei confronti del quale – proprio come ci ricordano gli stretti e limi- tanti lembi di terra che chiudono i lavori di Franco dal basso delle composizioni e rappresentano l’unico appiglio alla razionalità – siamo sempre e comunque infinitamente piccoli ma con il quale instaurare dialoghi sostanziali, attimi di simbiosi in cui uomo ed elementi naturali possono coesistere allo svolgimento e alla realizzazione di un progetto unico e irripetibile che è la vita stessa.
Acqua, terra, fuoco, aria; il pensiero non si dissocia dalla materia e lo spirituale che alberga negli elementi ne diventa parte integrante e imprescindibile, come il pigmento ancorato alla tela e come le iperboli cromatiche che sono vere e proprie intuizioni astratte ed infor- mali nel mondo delle certezze formali, conclamate e consuete; le stesse forme che sconfi- nano nel simbolo e conferiscono a questi lavori valori universali, scissi dalla contingenza della sostanza terrena.
Una pittura istintiva dunque, risolta spesso con stracci oltre che con pennelli, togliendo o aggiungendo vigorosi accumuli di pigmento, nebulosa e informe nel segno aggrovigliato, nei lunghi e profondi piani prospettici privi di punti di appiglio o di linee costruttive, nella tavolozza scurita e tendente ad evidenziare pochi ma significativi elementi di un mondo autoreferenziale e privo della componente umana, sempre esterna agli accadimenti.
I richiami ad un sentire proto-romantico, rafforzato da magnifiche e latenti eloquenze  tiepolesche, evidenziano inoltre le paure ancestrali dettate da un Universo inafferrabile; il coinvolgimento sensoriale ad un pensiero non più sedotto da arcaici canoni di bellezza quanto piuttosto governato dalle teorie del sublime (senza tuttavia prescindere dal suo intento estetizzante), immediato e compartecipato, rende più credibili e vere queste visioni emotive, ammantandole di un’autenticità sconosciuta a qualsiasi visione puramente mimetica e tramutano le stesse paure in presa di coscienza della forza dell’essere umano.
Le sicure prospettive cromatiche, la precisa orchestrazione dei chiari e degli scuri, l’intromis- sione graduale verso profondità inattese in questi grandi spazi che sembrano distrattamen- te costruirsi nelle direttive centrifughe suggerite dal magma del colore, esprimono inoltre il tentativo dell’artista di creare realtà fortemente fisiche, di non sacrificare l’azione all’astra- zione di un pensiero puramente sovrannaturale e speculativo, restando altresì ben radicato alla grande tradizione del paesaggio e della veduta naturale”.
                                                                                                                                                Gaetano Salerno


venerdì 26 gennaio 2018

PARADISUM THEATRUM - Ma Donne

Paola Volpato - Ma Donne. Testo critico a cura di Gaetano Salerno
4 - 19 novembre 2017 
Oratorio di Santa Maria Assunta - Spinea (VE)
a cura di Adolfina de Stefani e Luciana Zabarella

La torsione del busto verso destra, le mani a reggere il clipeo entro il quale è contenuto, adagiato sul grembo, il Bambino benedicente e la consistenza plastica e carnale del corpo rompono la fissità della struttura compositiva bizantina, rigorosa e ieratica, rendendo la Madonna di Paolo Veneziano già gotica, già moderna, già vera.
Dall’iconografia di questa Vergine in trono, tesa fra antichità e modernità, tra spiritualità e corporeità, tra astrazione e realismo, parte l’indagine artistica di Paola Volpato. Un’icona, quella della Madonna, divenuta, nel tempo, immagine archetipica di una sacralità che ne ha, con sempre maggior autorevolezza dogmatica, sottratto l’elemento terreno per lasciare emergere l’elemento divino e dissolverne le carni entro una struttura eterea di ariosa apparizione ed eterna ascensione all’Idea generante, lontana dal mondo concreto della cui formazione è invece stata, attraverso la mediazione del proprio corpo, strumento. Eppure essa era donna e madre.
Da sempre interessata al tema della figura femminile e attenta ad approfondire, attraverso una lunga e complessa ricerca, il ruolo culturale della donna nella società, l’artista affronta il mistero mariano e la figura della mater dei genetrix (secondo i principi sanciti a Nicea, Costantinopoli, Efeso e ripresi poi in successivi concili ecumenici) come pretesto per ridiscuterne i dogmi evangelici e la loro interpretazione e riflettere sulla componente femminea dell’umanità che un pensiero teocentrico e androcentrico ha invece occultato nell’ortodossia di un’errata credenza, elevandola e confinandola in mondi puramente intellegibili e determinandone un perentorio allontanamento dai mondi sensibili (gli stessi nei quali Gesù si rivolgeva e parlava alle donne; dalla donna infatti egli nasce e con le donne rinasce, consegnando ad alcune discepole il kerigma della propria resurrezione) nei quali dovrebbe invece avvenirne, in virtù dell’importanza del ruolo sociale svolto, ieri come oggi, la devozione.
Nella modernità della Madonna di Paolo Veneziano è difatti racchiusa la dualità (e la complessità) di ciascuna donna; anche nella rilettura offerta dal lavoro di Paola Volpato riemerge, con forza, un aspetto reale della stessa figura che, divisa tra uno spazio terreno e uno spazio celeste (un sincretismo sintetico proprio del linguaggio espressivo dell’artista), allude (e riconduce l’indagine) alla sfera umana di cui ciascuna donna è espressione.
L’icona dipinta da Paola Volpato si sviluppa così - com’è solita fare l’artista - attraverso l’enunciazione graduale di un universo intimo e privato determinato da dettagli minimi ma significanti della propria esperienza esistenziale i quali, pur composti entro (e mai oltre) lo schema narrativo trecentesco (che fornisce qui all’artista il registro aulico, solito dei suoi lavori), ne ricostruiscono e rileggono il valore immanente, traducendo la monumentalità della Vergine di Paolo Veneziano in un’immagine maggiormente umanizzata che si presta invece a una devozione domestica. Dallo sguardo vivo e dialogante (non più guidato dall’estasi mistica) della (Ma)donna di Paola Volpato così come in quello della (Ma)donna del Veneziano emerge il richiamo a una comprensione totale e assoluta della figura femminile e delle sue molteplici eterogeneità; la donna osserva e narra storie presenti, svincolate dalla mitologia cristologica, riconducendone la valenza alla contingenza del momento, evocate non più da formule liturgiche codificate ma da slanci simbiotici come incontro con l’altro da sé - una laica conversazione metaverbale - che l’artista sottolinea disseminando il testo pittorico di objet trouvé dal forte valore simbolico e deduttivo come ad esempio l’esile braccio (anch’esso proteso) che, sotto forma d’iconoclastica sineddoche, suggerisce l’essenza di un Gesù (già disceso tra la gente ma ancora spiritualmente vivo nel luogo originante) nel clipeo del ventre materno.
Entrambe le versioni della Madonna rifuggono quindi un rapporto dogmatico di fede, entrambe emergono da una lenta ricostruzione della loro sostanza possibile soltanto attraverso la scoperta e decrittazione di dettagli delfici ed ermetici per giungere alla definizione unitaria dell’insieme, alla sua comprensione; il viaggio così nella scrittura visiva di Paola Volpato lambisce il dolore e la violenza di un destino certo e immutabile al quale la donna, nella storia, sembra essere destinata (espressa sia dal Bambino che oggi amorevolmente regge in grembo ma presto destinato alla Croce, sia dall’umanità tutta che ne comparteciperà - e capirà - la sofferenza) e determina il nostro approccio empatico e spontaneo all’immagine (“eia, mater, fons amóris, me sentíre vim dolóris fac, ut tecum lúgeam”, usando le parole, scritte solo pochi decenni prima, da Jacopone da Todi nello Stabat Mater) per indurci a un sentimento maggiormente consapevole, non puramente speculativo, dei valori (unicamente) muliebri di cui quest’immagine è portatrice, forte al punto da accettare la vita così come la morte.

E, nella storia riscritta da questo Vangelo apocrifo, la Madonna è allegoria della donna e dell’artista stessa, assume i tratti somatici di persone care non più presenti, diviene fulcro d’immagini di esseri sofferenti in attesa di redenzione attraverso la sua dolorosa intercessione, protegge amorevolmente nel disco del grembo i profili dei familiari (il grembo materno rimane così, oltre la creazione e la gestazione, il porto sicuro e il luogo dei ritorni), si manifesta con elementi (pigmenti, terre, ritagli di giornale, limatura metallica) tratti dalla quotidianità di Paola Volpato. La profusione dell’oro della tavola di Paolo Veneziano (elemento ancora bizantino) cede il posto qui ai rossi e ai vermigli delle terre mischiate all’olio, alludendo a una spiritualità reincarnata nel Verbo e, come il figlio, ritrova nel Verbo (nella parola iniziatica) il senso etimologico della propria natura; nella materia (mater), sostanza primaria da cui le altre sono formate, anche la donna è materia, viva, sanguigna e calda, elemento che non trascende (disperdendo la propria natura nella luce) piuttosto discende (e dal quale il figlio discende), determina e crea un nuovo spazio d’azione. Nel parallelo diretto qui operato tra Madonna e ma donna l’artista esprime però un precetto puramente teorico, una visione stilnovista della donna (la perdita d’identità, di carnalità, di realtà) che, nella contemporaneità, non conduce a un fervido credo quanto piuttosto a reiterate profanazioni, a ripetute violenze delle quali l’archetipo femminile è costantemente vittima e a causa delle quali l’immagine sacra della madonna mater dei (e madre di tutte le madri), nella quotidianità, diviene anacronistica utopia. Ancora una volta Paola Volpato ci apre il proprio universo intimo, permeato da eleganti rimandi intellettuali, da correlativi oggettivi, da rebus visivi, da citazioni storiografiche, da segni e grafemi che attingono dalla propria esperienza di donna e madre, lasciando lentamente affiorare una condizione dell’essere della quale oggi, ciascuna donna, è determinata ma della cui determinazione è contemporaneamente vittima, prigioniera di una metaforica forma iconica stereotipata e di una società, seppur di matrice matriarcale, idealmente in grado di idealizzarne il concetto ma concretamente incapace di rispettarne l’essenza.
Madonna Marcello n.1 2002
smalti e tecnica mista su tavola, 120x180cm

Ma donne - inaugurazione